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Da stasera i due autori del libro The New Rockstar Philosophy, i blogger canadesi Roshan Hoover e Matt Voyno, saranno in Italia per una serie di appuntamenti in diverse città. Quella italiana, pubblicata a settembre da NdA Press, è stata la prima edizione a livello mondiale.

Prima tappa, Bologna. Domani sera, giovedì 24 novembre, alle ore 18:30, Hoover e Voyno presenteranno The New Rockstar Philosophy alla Libreria Modo Infoshop (via Mascarella 24/b). Insieme a loro, oltre a me, ci sarà Gianluca Giusti della Famosa Etichetta Trovarobato, che consentirà alla chiacchierata di stringere il focus sulla realtà musicale italiana.

Sabato 26 novembre saranno a Bari, in occasione del MEI-Medimex, per ricevere il premio come Miglior libro indipendente dell’anno insieme all’editore e a noi traduttori/curatori dell’edizione italiana, The New Rockstar Philosophy. Manuale di auto-aiuto per musicisti.

Lunedì doppio appuntamento: al mattino un interessante workshop presso il SAE Institute di Milano per approfondire meglio i temi trattati nel libro e nel blog, mentre alle 18 Hoover e Voyno saranno alla FNAC di Milano (via Palla 2) insieme al musicista Cesare Malfatti per una presentazione ovviamente aperta a tutti.

Vi aspettiamo per chiacchierare di musica e autoproduzione.

C

Roshan Hoover e Matt Voyno

The New Rockstar Philosophy Italian tour

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Sebastiano De Gennaro: comodo coi piedi in tre scarpe

In ambito rock, quando si pensa a un batterista, si pensa al classico set composto da cassa, rullante, tom e piatti. Se si pensa invece a un percussionista, ce lo si immagina con congas, djembe, shaker e campanelli. Ecco, Sebastiano De Gennaro non è proprio “quel batterista” o “quel percussionista”. La prima volta che l’ho visto, suonava un set composto solo da giocattoli meccanici. Poi l’ho visto con un set vagamente più tradizionale con Edda (almeno comparivano a tratti rullante, tamburello e shaker) e ancora con vibrafono e glockenspiel con Der Maurer o in piedi a pestare sui tamburi con Le Luci Della Centrale Elettrica. In rete c’è pure un video in cui suona una batteria vera e propria da seduto… ma proprio non ce la fa a suonarla da persona normale.

Quando e come hai iniziato a suonare?
SDG – Intorno ai dieci anni ho iniziato a voler suonare la batteria, credo senza alcuna ragione precisa. A dire il vero ricordo che un pomeriggio sentii della musica provenire da lontano, presi la bicicletta e andai a vedere chi stava suonando: nel campetto di calcio del paese vicino c’era il concerto di una band. Mi fermai a guardare dietro la rete, proprio vicino alla batteria: il ragazzo che la suonava aveva le bretelle e mi piaceva un sacco ascoltarlo. Quella faccenda che si pestava anche coi piedi e tutto quel baccano, mi facevano impazzire di entusiasmo.
Quindi all’incirca in quel periodo, verso i dieci anni appunto, mi misi alla ricerca d’una batteria.
Guarda caso due miei zii da giovani la suonavano e ne possedevano una, parcheggiata in una cantina a Roma. Convinsi i miei a recuperarla e peraltro quella batteria ce l’ho ancora, e resta la mia preferita.
Poi comincia la trafila di gruppetti, prima hard rock, poi progressive, poi punk… E pure la trafila delle scuole, prima in provincia poi a Milano. Solo molto più tardi entrai in Conservatorio e in verità esclusivamente grazie a un mio parente che insegnava là dentro, perché per loro ero già troppo vecchio. In conservatorio, però, ho scoperto anche altri strumenti a percussione diversi dalla batteria, interessanti.

Classica, Contemporanea, Rock: hai i piedi in (almeno) tre scarpe: come ti trovi?
SDG – Io bene, ma per me è davvero principalmente una questione di carattere. Quando ero in conservatorio l’idea di fare l’orchestrale a vita mi turbava e non vedevo l’ora di andare in saletta a fare le prove col gruppo. Quando uscivo dalla sala prove avevo le orecchie rotte e la maglietta che puzzava di muffa, e allora aspettavo solo d’andare a casa e ascoltarmi un madrigale di Gesualdo da Venosa oppure a suonare Bach sulla marimba. Sono un Bastian contrario, appunto.
Oggi l’avere i piedi in almeno tre scarpe mi è utile, porto il mio approccio di musicista colto (diciamo semi-colto) negli ambienti del rock e dei cantautori, dove uno che sa leggere la musica e che ha un utilissimo vibrafono in genere viene apprezzato, mentre nella contemporanea o nella classica affronto dei repertori tentando di dimostrare che ci possono essere modi meno accademici di eseguire la musica accademica (mi riferisco per esempio al duo con Enrico Gabrielli e al  mio disco Hippos Epos).

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Nati nei primi anni Novanta a Cesena con il nome di Konfettura, gli Aidoru sono Dario Giovannini, Diego Sapignoli, Michele Bertoni e Mirko Abbondanza. Dopo i primi esordi punk-rock la band intraprende un interessante percorso di ricerca, aprendosi a diversi linguaggi musicali e ad altre discipline artistiche. Lo dimostrano non solo le produzioni musicali, come l’ultimo album Songs canzoni – Landscapes paesaggi (Trovarobato) o quello di prossima pubblicazione legato al Tierkreis di Stockhausen, ma anche gli spettacoli teatrali e i progetti “trasversali” realizzati attraverso l’Aidoru Associazione. È Dario Giovannini, chitarrista del gruppo (e non solo), a raccontarci come sia possibile proseguire lungo la via della ricerca e della qualità artistica nonostante le difficoltà della scena culturale italiana.

Cosa c’è scritto nel tuo biglietto da visita? O cosa ci sarebbe scritto se ne avessi uno?
DG – In effetti non ce l’ho, non ne ho mai sentito il bisogno. E penso che il problema principale sia il fatto che non mi servirebbe proprio a niente. Tutto quello che sono riuscito a fare in campo professionale non ha mai avuto un approccio, diciamo “standard”, come quello di un biglietto da visita. Si è sempre svolto tutto in maniera fortuita, “umanissimamente” casuale. Inoltre dovrei averne uno con uno spazio bianco al posto della professione visto che nel corso del tempo mi sono visto improvvisare da organista per matrimoni a organista per funerali, poi da pianista a chitarrista, da compositore ad arrangiatore e da amministratore economico a grafico, sempre senza sapere di poterlo essere…

Cosa rappresenta per te la musica?
DG – Premesso che non ho mai “voluto” fare il musicista, ma mi sono trovato dai tre anni di età a “fare” il musicista…. Per me la musica rappresenta il modo più elegante per comunicare un percorso illogico di emozioni. Il rapporto che la musica instaura con il tempo, generando un flusso emozionale nel musicista e nell’ascoltatore, è talmente buffo e misteriosamente stupendo al tempo stesso che a volte mi viene proprio da piangere. È forse la disciplina artistica che davvero più si può paragonare alla perfezione della natura.

Gli amanti delle definizioni a tutti i costi direbbero che gli Aidoru sono un gruppo rock sperimentale. Quali sono le difficoltà nel proporre in Italia musica di un certo tipo?
DG – Penso che il livello di ignoranza in Italia abbia pochi eguali negli altri paesi cosiddetti “civili”. L’Italia è davvero popolata di una massa grigia completamente passiva o altrimenti “attivista alla moda”, plasmata e plagiata dalla cultura al ribasso televisiva. Probabilmente questo stato di completa avaria mentale genera, per paradosso, dei picchi di splendore intellettuale. Purtroppo però questo non basta, anzi, crea delle situazioni ancora più ridicole di completa incomprensione e indifferenza fra le parti. Detto questo, secondo me, gli Aidoru non sono un gruppo di rock sperimentale, anzi, sono un gruppo piuttosto “classico” che tenta per quanto si può di avere una coerenza di ricerca artistica, un linguaggio originale, personale, propenso a una poetica significativa. Continua a leggere

Dario Giovannini: Aidoru e la ricerca

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Cosa c’è scritto nel tuo biglietto da visita?
AL – Nel mio biglietto da visita c’è scritto “New Media Consultant”; in LinkedIn c’è scritto “New Media Consultant, Content & Social Media Consultant, Web Project Manager, Music Label Consultant, Press Officer”. Credo semplicemente che in generale non ci sia una definizione che rispecchi esattamente quello che faccio nelle varie sfaccettature.

Descrivi il tuo lavoro: cosa fai, con chi hai a che fare, quanto ti impegna…
AL – Mi occupo sostanzialmente di comunicazione online. I miei clienti mi contattano per avere più visibilità per i loro lavori e per loro stessi. Il mio compito è di tracciare strategie e seguirne l’applicazione in tutti gli ambiti della rete partendo dal sito passando per i social network e arrivando alle newsletter e agli ads. Lavoro quindi con il committente e mi rapporto con tecnici programmatori, grafici e altro ancora per cercare di raggiungere l’obiettivo prefissato. Internet non si spegne mai, l’attenzione degli utenti non scema nel weekend; questo lavoro è pieno di soddisfazioni ma nel contempo riempie le giornate e spesso anche i weekend.

Perché fai questo lavoro e da quanto tempo?
AL – Ho iniziato collaborando con uno dei primi fansite degli Elio e le Storie Tese, elio.net, più di dieci anni fa. Mi sono occupato di rete amatorialmente curando blog e collaborando con testate online. Questo mi ha portato ad avere una certa esperienza di scrittura online e nel 2005, Gabriele Lunati mi chiese di diventare community manager per il nuovo sito ufficiale degli Elio e le Storie Tese elioelestorietese.it. Quello fu l’inizio ufficiale della libera professione. A pochi mesi di distanza iniziai a lavorare come “web content manager” durante l’ultima edizione aretina di Arezzo Wave Love Festival. Questo fu l’inizio.

Oggi che gli strumenti informatici e soprattutto il web sono accessibili e facilmente usabili da tutti, perché una band dovrebbe rivolgersi a te? Cosa offri in più rispetto all’autogestione?
AL – Io offro esperienza, conoscenza delle dinamiche generali della rete, conoscenza delle dinamiche di nicchia dei vari social network, so indicare alle band come muoversi riguardo a nuovi spazi della rete in ascesa, ho contatti diretti con chi gestisce spazi importanti della comunicazione e altro ancora. Continua a leggere

Andrea Lodi aka Pelòdia, New Media Consultant

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