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Sebastiano De Gennaro: comodo coi piedi in tre scarpe

In ambito rock, quando si pensa a un batterista, si pensa al classico set composto da cassa, rullante, tom e piatti. Se si pensa invece a un percussionista, ce lo si immagina con congas, djembe, shaker e campanelli. Ecco, Sebastiano De Gennaro non è proprio “quel batterista” o “quel percussionista”. La prima volta che l’ho visto, suonava un set composto solo da giocattoli meccanici. Poi l’ho visto con un set vagamente più tradizionale con Edda (almeno comparivano a tratti rullante, tamburello e shaker) e ancora con vibrafono e glockenspiel con Der Maurer o in piedi a pestare sui tamburi con Le Luci Della Centrale Elettrica. In rete c’è pure un video in cui suona una batteria vera e propria da seduto… ma proprio non ce la fa a suonarla da persona normale.

Quando e come hai iniziato a suonare?
SDG – Intorno ai dieci anni ho iniziato a voler suonare la batteria, credo senza alcuna ragione precisa. A dire il vero ricordo che un pomeriggio sentii della musica provenire da lontano, presi la bicicletta e andai a vedere chi stava suonando: nel campetto di calcio del paese vicino c’era il concerto di una band. Mi fermai a guardare dietro la rete, proprio vicino alla batteria: il ragazzo che la suonava aveva le bretelle e mi piaceva un sacco ascoltarlo. Quella faccenda che si pestava anche coi piedi e tutto quel baccano, mi facevano impazzire di entusiasmo.
Quindi all’incirca in quel periodo, verso i dieci anni appunto, mi misi alla ricerca d’una batteria.
Guarda caso due miei zii da giovani la suonavano e ne possedevano una, parcheggiata in una cantina a Roma. Convinsi i miei a recuperarla e peraltro quella batteria ce l’ho ancora, e resta la mia preferita.
Poi comincia la trafila di gruppetti, prima hard rock, poi progressive, poi punk… E pure la trafila delle scuole, prima in provincia poi a Milano. Solo molto più tardi entrai in Conservatorio e in verità esclusivamente grazie a un mio parente che insegnava là dentro, perché per loro ero già troppo vecchio. In conservatorio, però, ho scoperto anche altri strumenti a percussione diversi dalla batteria, interessanti.

Classica, Contemporanea, Rock: hai i piedi in (almeno) tre scarpe: come ti trovi?
SDG – Io bene, ma per me è davvero principalmente una questione di carattere. Quando ero in conservatorio l’idea di fare l’orchestrale a vita mi turbava e non vedevo l’ora di andare in saletta a fare le prove col gruppo. Quando uscivo dalla sala prove avevo le orecchie rotte e la maglietta che puzzava di muffa, e allora aspettavo solo d’andare a casa e ascoltarmi un madrigale di Gesualdo da Venosa oppure a suonare Bach sulla marimba. Sono un Bastian contrario, appunto.
Oggi l’avere i piedi in almeno tre scarpe mi è utile, porto il mio approccio di musicista colto (diciamo semi-colto) negli ambienti del rock e dei cantautori, dove uno che sa leggere la musica e che ha un utilissimo vibrafono in genere viene apprezzato, mentre nella contemporanea o nella classica affronto dei repertori tentando di dimostrare che ci possono essere modi meno accademici di eseguire la musica accademica (mi riferisco per esempio al duo con Enrico Gabrielli e al  mio disco Hippos Epos).

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Bruno Dorella: lottatore con chitarra, timpano e rullante

Un po’ di anni fa un amico mi fece scoprire i Bachi Da Pietra. “Li ho visti l’altro giorno in concerto. Tieni il cd.”
Ne rimasi fulminato. Non me ne vogliano gli estimatori di liriche e chitarre di Giovanni Succi (ammetto di essere un fan a 360 gradi del progetto) ma l’ingrediente che mi colpì maggiormente fu la batteria e il suo suono. Fu così che mi ritrovai a cercare “Bruno + Dorella” su google e scoprii a poco a poco tutto l’universo che stava dietro al “Gigante coi rasta che suona solo timpano e rullante”.
Per sintetizzare, Bruno ha oggi tre gruppi attivi (OvO, Ronin, Bachi Da Pietra), un miliardo di collaborazioni, un’etichetta con cinquanta dischi in catalogo (ancora per poco pare…), un’agenda fitta di concerti, quintali di chilometri e tonnellate di esperienza sulle spalle. E non mi pare proprio si sia stufato.

Cosa c’è scritto sul tuo biglietto da visita (o cosa ci sarebbe scritto se ne avessi uno)?
BD – Non so nemmeno compilare un assegno, al biglietto da visita arriverò in una prossima vita…

Perché fai le cose che fai?
BD – Perché nel mare magnum delle mie inettitudini ho scoperto qualcosa che mi veniva facile e bene. Leggenda vuole che da piccolo suonassi qualunque cosa mi passasse per le mani e incidessi su cassetta la sigle dei cartoni animati, cantando testo e parti musicali insieme. Credo di potermi dire predestinato, forse si può addirittura parlare di talento naturale. Certamente non so fare nient’altro, e quando dico nient’altro lo intendo letteralmente, non so nemmeno cambiare una lampadina, sono volenteroso in qualunque attività ma faccio sforzi enormi ottenendo risultati che di solito suscitano solo ironia.

Parliamo di gruppi. Dalla batteria coi Wolfango alla chitarra in Ronin, dal rumore degli OvO alle parole pesanti come pietre dei Bachi fino alla musica medievale: quant’è difficile conciliare tutte le cose? Dove trovi il tempo?
BD – Come ti dicevo, faccio quello che mi viene facile. Suonare la batteria mi viene facile, la chitarra un po’ meno ma va bene lo stesso, mentre non saprei tirar fuori una qualunque nota da un sax. Creare musica mi viene facile, mi rammarico solo di non avere abbastanza tempo per realizzare tutta la musica che ho in testa. Piuttosto presto ho deciso di dedicarmi solo alla musica, di rischiarmela al tutto per tutto, ho mollato lavoro e studi e ci ho provato. Lotto da 14 anni per sopravvivere di musica, e già questo vuol dire che un po’ ci sto riuscendo. Questo mi permette di usare tutto il mio tempo per la musica.

Bar La Muerte: in dieci anni hai fatto uscire una cinquantina di dischi, rappresentando una fetta molto significativa della musica underground italiana; oggi decidi di mettere un punto a quest’esperienza. Come mai? Cos’è cambiato?
BD – Avere un’etichetta oggi è completamente diverso dall’averla avuta a partire dalla fine degli anni Novanta, come nel mio caso. Allora era anche una questione politica, c’erano le major cattive che facevano uscire musica corrotta, c’era dall’altra parte il mondo del punk/hardcore con le distribuzioni ai concerti negli squat e l’etica Do It Yourself, con l’allargamento di quest’etica a musiche che erano anche più interessanti e “di rottura”, e i rapporti leali di amicizia con le persone. Potevi avere un’etichetta anche a tempo perso, come me, perché comunque anche un disco che andava male vendeva magari un centinaio di copie, abbastanza per ripagarti la stampa o perderci solo pochi soldi. Continua a leggere

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