Se diciamo “økapi”, saranno in pochi a pensare al simpatico mammifero africano molto simile alla giraffa. La maggior parte delle persone, probabilmente, farà più facilmente riferimento al campionamento creativo che caratterizza la musica di Filippo Paolini alias Økapi. Un turntablist, un dj, o meglio, uno sperimentatore musicale, che ha fatto delle “estrazioni sonore” e della loro ricombinazione/manipolazione un marchio di fabbrica inconfondibile. Dall’elettronica da intrattenimento alla musica contemporanea, dal piccolo club per nottambuli al grande festival open-air, da solo o in formazioni di vario genere (anche multidisciplinari), Økapi continua a trasformarsi, riuscendo ogni volta a proporre progetti nuovi e interessanti.

Cosa c’è scritto nel tuo biglietto da visita? O cosa ci sarebbe scritto se ne avessi uno?
Økapi – Forse semplicemente la scritta “ladro sonoro”, non sarebbe male! In realtà, visto che non uso biglietti da visita, ci potrebbe essere anche scritto “vendita attrezzi per la macellazione”…

Quando è perché hai deciso di fare il musicista?
Økapi – Non ho deciso io, bensì i miei genitori, quando mi hanno iscritto al conservatorio all’età di sei anni. Da quel momento, la musica è stato l’unico impegno costante nella mia vita, che ho mantenuto anche quando mi ci dedicavo semplicemente per passione.

E quindi cosa rappresenta per te la musica?
Økapi – A questa domanda, come penso molti, rischio di dare una risposta piuttosto banale. La musica è una presenza costante nelle mie giornate, anche se ultimamente ho acquisito una sorta di deformazione auditiva per cui ascolto molta musica pensando a possibili furti sonori da utilizzare poi nelle mie composizioni.

La tua musica può avere diverse facce ed è difficilmente definibile. Questo comporta particolari difficoltà nel proporla? Quali sono gli ambiti che frequenti di più e nei quali ti sei più a tuo agio?
Økapi – Siccome questo nostro mondo musicale è decisamente inflazionato da dj più o meno bravi disposti a suonare anche gratuitamente, diventa sempre più difficile convincere festival o club a farsi invitare, soprattutto quando si pretende un cachet dignitoso… Comunque, le situazioni che prediligo sempre di più sono quelle lontane dai club per nottambuli. Preferisco suonare nei festival estivi, all’aria aperta e possibilmente per un pubblico “pomeridiano”: sono decisamente queste per me le circostanze ottimali!

Hai partecipato a tanti festival ed eventi di rilevanza internazionale. Come ci sei arrivato?
Økapi – Inizialmente per caso. Essere un dj che opera in ambiti lontani dalla cultura dei dancefloor mi ha aiutato non poco. È brutto dirlo, ma dieci anni fa tra jazzisti o sperimentatori “extracolti” coinvolgere un dj era sia un’innovazione accolta con molto interesse che una moda. Naturalmente i contesti cambiano continuamente e ora penso che per mantenersi sulla scena l’importante sia essere sempre creativamente molto attivi e magari cercare di mantenere una presenza costante ed efficiente in rete!

Per un musicista/artista è fondamentale costruirsi una rete di contatti con altri musicisti/artisti (anche di altre discipline). Da cosa sono nate le tue tante collaborazioni (Mike Patton, Zu, Maurizio Martusciello, il trio Dogon, Dälek, Christian Marclay…)?
Økapi – Nel mio caso la collaborazione con un altro artista nasce prima di tutto come incontro sul piano umano, ovvero tra semplici amici, e non per forza in virtù di una complicità musicale. Tuttavia, ho notato negli anni che i progetti più riusciti sono quelli nati dall’incontro con artisti lontani dal mio immaginario musicale. Penso, per esempio, alla collaborazione con Zu e Dälek e a questo strano incontro tra elettronica, jazzcore e hiphop, tre universi apparentemente distanti.

Tu hai una tua etichetta, la Slap Press. Quando e perché hai deciso di costituirla?
Økapi – Slap Press nasce all’inizio degli anni Novanta come etichetta pirata di audiocassette. L’intento, in tempi senza internet, era quello di diffondere musiche insolite, rari reperti audio e fumetti allora sconosciuti nel nostro paese. Questa felice esperienza è durata un decennio.

Sei tu in prima persona che segui tutti gli aspetti, non solo quelli artistici ma anche quelli organizzativi e promozionali? E in che modo?
Økapi – Ora non più! Da qualche anno ho un amico come prezioso agente (che brutta parola!), che fa salti mortali pur di propormi in giro. Devo ammettere che è indispensabile, perché da solo sono un pessimo promotore di me stesso.

Qual è stata la mossa più giusta che hai fatto come artista?
Økapi – Non essermi fossilizzato su alcun cliché musicale pur di vendere la mia musica, ma rischiare, reinventandomi a ogni nuovo progetto.

Invece c’è qualcosa che ritieni di aver sbagliato, magari per inesperienza o incoscienza?
Økapi – Forse no. Ho sempre fatto delle scelte in tutta coscienza, qualche volta magari anche a mio svantaggio, come non essermi mai iscritto alla Siae. Quest’ultima decisione è stata spesso criticata da molte persone, visto che lavorando spesso per radio, cinema e tv avrei potuto spesso sfruttare questa opportunità per trarne dei vantaggi economici, ma poiché la musica non è la mia principale fonte di reddito posso tutto sommato ritenermi soddisfatto di questa mia modesta ma coerente fermezza!

Økapi: l’avanguardia corre sul giradischi

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